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Dai primi giorni del mese di febbraio 2004, una rivolta armata sta mettendo a ferro e fuoco il piccolo stato caraibico.
I ribelli chiedono al presidente Jean Bertrand Aristide di lasciare l'incarico mentre avanzano minacciosi verso la capitale
Port-Au-Prince. La situazione economica e sociale del Paese sfiora il disastro umanitario.
I riflettori si sono spenti su Haiti, ma la normalità, nell’isola caraibica, resta un miraggio.
Lunedì, al termine di una visita di valutazione, una delegazione di Human Rights Watch (HRW) ha denunciato la situazione di forte insicurezza nel nord del Paese e la detenzione illegale di prigionieri da parte delle forze ribelli. A Cap Haitienne sarebbero 16 i detenuti per ragioni politiche nelle mani delle
Forces armées du Nord, il gruppo capeggiato da Guy Philippe, tra cui l’ex-deputato Gabriel Ducatel, membro del partito di Aristide, e Augustin Joseph, della Radio voix paysanne Milot.
Secondo l’inchiesta condotta da HRW e riportata da Reuters e BBC, nel nord dell’isola numerosi sarebbero i partigiani del partito Lavalas (il partito di Aristide) in clandestinità per paura degli arresti. “Le forze internazionali sono qui ormai da tre settimane”, ha riferito Joanne Mariner, di HRW, “eppure la legge dev’essere ancora ristabilita e non c’è una visibile presenza della polizia”.
Al momento le forze di polizia nel nord ammontano a meno di 50 unità, stando a quanto riferito dal neo commissario per il dipartimento settentrionale Renan Etienne, e la
zona è tuttora sotto il controllo di gruppi armati.
A Trou de Nord, una città a metà strada tra Cap Haitien e la frontiera con la Repubblica dominicana, l’ordine è garantito dalla sedicente Armée Kosovo, una squadra di circa 35 uomini assistiti da 14 ex ufficiali dell’esercito haitiano e indipendenti dal controllo di Guy Philippe.
E’ qui che gli inviati di HRW sono venuti a conoscenza di un altro detenuto politico, l’ex sindaco Sinais Ambrosie. Una situazione di grande insicurezza è riportata anche a Fort Libertè e San Rafael, sempre nel nord. Soprattutto i giornalisti radiofonici accusano un clima di pesante intimidazione.
Si spara ancora
La quantità di armi in circolazione mantiene la tensione alle stelle. Ma il generale della forza multinazionale guidata dagli Stati Uniti, Ronald Coleman, ha ribadito ai microfoni della Reuters che, anche se Haiti è inondata di armi, “il disarmo non è la nostra missione. La nostra missione è stabilizzare il paese”.
Il contigente Usa è il più numeroso tra la coalizione internazionale tuttora ad Haiti: 1800 unità. Seguono quello francese, con 550, canadese, 360, e Cile, 330. E francese è il primo peacekeeper caduto: un membro della Legione Straniera sarebbe rimasto ucciso sabato apparentemente in un incidente tra commilitoni, ma il comando centrale ha aperto un’inchiesta. Nella stessa giornata, stando a quanto riportato dal Miami Herald, i marines hanno aperto il fuoco su un veicolo che non si sarebbe fermato ad un posto di blocco, ferendo sia il conducente che il passeggero. Uno dei due uomini, secondo la versione fornita dall’Associated Press (AP) e confermata dal comando americano, era armato. Dall’inizio della missione di pace, almeno 6 sono gli haitiani uccisi dai marines.
“Una cattiva idea”
E mentre il giornale Haiti Progres dà voce al leader del Partito Popolare Nazionale, Georges Honorat, che chiama gli haitiani alla mobilitazione contro “il rapimento che gli Stati Uniti e la Francia hanno perpetrato contro il capo dello Stato”, il neo premier Latortue ha effettuato sabato la sua prima uscita ufficiale, atterrando a bordo di un Black Hawk Americano nella città settentrionale di Goiaves, focolaio della rivolta che dal 19 febbraio è dilagata in tutta l’isola, dove ha definito i ribelli “combattenti per la libertà”.
Dividendo il palco con alcuni capi ribelli, i membri del nuovo governo e un rappresentante dell’Osa (Organizzazione degli Stati Americani), Latortue ha lodato il popolo haitiano per la sua lotta contro “il dittatore Aristide” e promesso ospedali, condotte di acqua potabile e strade nuove per gli abitanti della città, la quarta per grandezza ad Haiti.
Intanto, Aristide, dalla Giamaica, continua ad essere fonte d’imbarazzo per la Caricom, la comunità degli Stati caraibici, divisa tra chi ne appoggia la legittimità e chi ritiene inopportuna la sua presenza nella regione vista la tensione tuttora presente.
Secondo l’agenzia IPS, il ritorno di Aristide è visto da molti membri del Caricom come un gesto di fermezza davanti a Usa, Francia e Canada, ma ciò ha provocato un’interruzione dei rapporti diplomatici tra il nuovo governo haitiano e quello giamaicano.
Condoleeza Rice, dagli Stati Uniti, ha definito l’ospitalità concessa ad Aristide da parte della Giamaica
“una cattiva idea”, ma il Caricom spinge per la creazione di una commissione che investighi sulle circostanze della caduta di Aristide.
Stando alle sue stesse dichiarazioni, più volte smentite dagli Usa, il 29 febbraio Aristide sarebbe stato deposto e sequestrato dalle truppe statunitensi, e quindi costretto a firmare la rinuncia all’incarico di governo. Successivamente volò (o fu portato) nella Repubblica Centroafricana. Adesso la Nigeria potrebbe togliere le castagne dal fuoco: su esplicita richiesta del Caricom, si è infatti detta disponibile ad accogliere Aristide per un breve esilio. Anche il Venezuela si è fatto avanti ma, vista la volontà dei vicini di Haiti di non irritare gli Stati Uniti, all’amichevole offerta non è stato dato troppo peso.
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