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La sensazione di essere in Africa la provo, per la prima
volta, quando sorvoliamo il fiume Congo. Dall'oblò dell'aereo si distingue
una lunga striscia chiara, unica luce nel mezzo dell'impenetrabilità della
giungla. Non è il mio primo viaggio in Africa, ma ogni volta provo una
fortissima emozione. All'aeroporto di Bruxelles incontriamo suor Josepha,
che sarà nostra guida e interprete in questo viaggio in Angola. Eravamo
stati contattati da una sua consorella, in Italia per studio, per verificare
la possibilità di una collaborazione da parte di Emergency a un loro
progetto di assistenza sanitaria nel sud-ovest del paese. Appartengono
entrambe all'ordine di santa Caterina, una congregazione fondata nel 1967 da
un padre saletino. Si tratta di circa 140 suore, tutte angolane, che operano
quasi integralmente nell'area di Benguela nell'assistenza dei più poveri.
Alcune insegnano in scuole governative, ma la maggior parte gestisce piccoli
centri di sanità di base per i quali hanno sollecitato il nostro aiuto.
Allo sfruttamento del colonialismo è subentrato il
caos dell'indipendenza.
L'Angola è uno dei tanti paesi africani che hanno pagato un altissimo
prezzo al colonialismo europeo. Subito dopo aver ottenuto l'indipendenza dal
Portogallo nel 1975, iniziò una sanguinosa guerra civile che vedeva
contrapporsi due fazioni: da una parte il partito di governo Mpla (Movimento
per la liberazione dell'Angola) di orientamento marxista e sostenuto dall'ex
Unione Sovietica e da Cuba, e dall'altra l'Unita (Unione per l'indipendenza
totale dell'Angola), armata dagli Stati Uniti, dal Sudafrica e dallo Zaire.
Nel 1991 venne firmato un accordo di pace, ma la vittoria del Mpla alle
elezioni del 1992 scatenò una guerra interna feroce. L'Unita contestava i
risultati, nonostante il monitoraggio positivo da parte di osservatori
internazionali. Nemmeno gli accordi siglati nel 1994 vennero rispettati e la
guerra continuò fino al febbraio del 2002 quando, con l'uccisione del
leader storico dell'Unita, Jonas Savimbi, i ribelli deposero le armi
firmando un accordo di pace tuttora rispettato. Secondo stime non ufficiali
in 27 anni di guerra civile hanno causato 1 milione di morti e 4 milioni di
profughi che vivono ammassati nelle aree urbane, in condizioni
igienico-sanitarie terribili.
La guerra ha distrutto l'agricoltura, la sanità e l'istruzione; secondo
dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 63%
delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà, 800.000 persone
dipendono dagli aiuti umanitari e l'Aids si sta diffondendo rapidamente.
La condizione dei bambini è drammatica: l'Angola è il terzo paese al mondo
per mortalità infantile sotto i 5 anni (ogni 1000 bambini nati vivi, 250
non raggiungono il quinto anno di età), il 70% dei bambini non ha ricevuto
il ciclo completo di vaccinazioni, il 45% è malnutrito, il 54% (che arriva
all'80% nelle aree rurali) non ha accesso all'acqua potabile, il 44% non ha
mai frequentato la scuola. Ogni anno muoiono in Angola oltre 181.000 bambini
e la speranza di vita media non supera i 45 anni.
Gli ambienti impiegati come centri sanitari:
edifici fatiscenti, senza letti e senza medicine
Il significato di questi dati diventa tangibile appena Giorgio ed io
arriviamo a Catumbela, un agglomerato di baracche situato tra Benguela e
Lobito, formatosi sulla costa nel tentativo di sfuggire agli scontri tra
ribelli e soldati governativi. Qui le suore hanno una piccola comunità e un
piccolo centro sanitario proprio di fronte alla loro casa. La precarietà
della situazione è evidente: l'edificio è fatiscente, i muri sono
scrostati, non esistono né l'impianto idrico né quello elettrico. Nelle
stanze piccole e buie ci sono pochi farmaci, qualche sfigmomanometro, un
fonendoscopio e poco altro. Qui le suore visitano i pazienti e
distribuiscono le poche medicine disponibili chiedendo poco più di un
rimborso spese. Tutte le strutture che riusciamo a visitare hanno le stesse
desolanti caratteristiche. A Boioco, un piccolo villaggio sulle colline
dietro a Lobito, siamo accolti da decine di bambini che rincorrono la nostra
macchina confondendo Giorgio per il vescovo locale. Il centro sanitario
è praticamente inesistente, una baracca senza nemmeno i vetri alle
finestre. A Cubal e Caimbambo visitiamo gli ospedali governativi gestiti
interamente da infermieri: non ci sono medici, l'approvvigionamento di
farmaci e materiale di consumo è discontinuo e le strutture hanno bisogno
di un grosso lavoro di ristrutturazione. Poi arriviamo a Hanha, una tipica
missione (la chiesa, le abitazioni dei missionari e delle suore, la scuola,
il convitto per i ragazzi, una piccola officina e il centro sanitario)
attorno alla quale è sorto un piccolo villaggio.
Tra i soldati governativi e i ribelli.
Sopraffazione e abusi da ambo i lati
Hanha si trova ai piedi di una zona montagnosa dove si arriva dopo quattro
ore di macchina nella savana su una strada che durante la stagione delle
piogge diventa impercorribile. Nell'ultimo tratto la nostra auto è stata
accompagnata da una folla multicolore, si direbbe l'intero villaggio. Usciti
dalla macchina siamo subito circondati da anziani, bambini e donne che
cantano in nostro onore. Siamo imbarazzati, vorremmo spiegare che non
meritiamo questa accoglienza, non abbiamo fatto nulla per loro. Ma le parole
non escono, capiamo che la nostra presenza per loro è comunque un evento
importante. Forse la speranza di un futuro un po' meno difficile. La
missione versa in uno stato di abbandono. Gli edifici sono poco più che
ruderi. Anche qui. Anche qui, nel centro sanitario non c'è nulla, nemmeno i
letti. Chi arriva stende la propria stuoia per terra e spera di ricevere
aiuto. Le patologie sono sempre le stesse: malaria, dissenteria, parassitosi,
tubercolosi, malattie respiratorie. La missione ha pagato pesantemente i
lunghi anni di guerra a causa della sua collocazione tra i territori
controllati dai ribelli e quelli controllati dai soldati governativi. Ci
raccontano che a volte i ribelli arrivavano fino al villaggio per rubare
quello che trovavano e tornare immediatamente sulle montagne. Poi, dopo
poco, arrivavano le milizie governative che, con l'accusa di sostegno ai
ribelli, depredavano e terrorizzavano a loro volta la popolazione.
Un aiuto piccolo ma immediato in attesa di un
intervento più ampio
Dopo aver visto le terribili condizioni in cui si trovano i centri sanitari,
pensiamo a un progetto per sostenerli con interventi di ristrutturazione e
la fornitura di materiali sanitari. Decidiamo però di fare qualcosa subito,
mentre siamo sul posto: a Benguela acquistiamo farmaci essenziali
(antibiotici, antimalarici, siringhe, bende, cerotti, antiparassitari) con
cui allestiamo dei kit da distribuire a tutti i centri che abbiamo visitato.
Ci ringraziano in uno strano modo, battendo le mani e mormorando una strana
litania. Ritorniamo in macchina a Catumbela, poi in aereo a Luanda e di lì
alla volta di Bruxelles.
Grazie a Josepha, grazie a Fatima, a Natalia, a Rosa, a Madre Dulce e a
tutte le persone che ci hanno aiutato in questo viaggio. Ci hanno permesso
di vedere, ancora una volta, gli effetti collaterali della guerra, dello
sfruttamento dei più deboli, della mancanza di diritti per tutti. Ci hanno
regalato la possibilità di essere loro utili. Pensando al giorno in cui
saremo qui, un lavoro difficile sarà di proporre almeno ai più giovani una
cultura diversa da quella dell'umiliazione, dello sfruttamento e della
guerra, in cui il rispetto e la solidarietà costituiscano il legame tra gli
esseri umani. Sono ancora da stabilire il carattere e le dimensioni del
nostro intervento, ma abbiamo capito in quale contesto dovrà costituirsi:
l'indipendenza non è frutto delle armi, ma di diritti e dignità.
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