Emergency

Aiuta il Mondo - LX - 12 maggio 2004

ANGOLA: ECHI E RICADUTE DELLA GUERRA.

La sensazione di essere in Africa la provo, per la prima volta, quando sorvoliamo il fiume Congo. Dall'oblò dell'aereo si distingue una lunga striscia chiara, unica luce nel mezzo dell'impenetrabilità della giungla. Non è il mio primo viaggio in Africa, ma ogni volta provo una fortissima emozione. All'aeroporto di Bruxelles incontriamo suor Josepha, che sarà nostra guida e interprete in questo viaggio in Angola. Eravamo stati contattati da una sua consorella, in Italia per studio, per verificare la possibilità di una collaborazione da parte di Emergency a un loro progetto di assistenza sanitaria nel sud-ovest del paese. Appartengono entrambe all'ordine di santa Caterina, una congregazione fondata nel 1967 da un padre saletino. Si tratta di circa 140 suore, tutte angolane, che operano quasi integralmente nell'area di Benguela nell'assistenza dei più poveri. Alcune insegnano in scuole governative, ma la maggior parte gestisce piccoli centri di sanità di base per i quali hanno sollecitato il nostro aiuto.

Allo sfruttamento del colonialismo è subentrato il caos dell'indipendenza.
L'Angola è uno dei tanti paesi africani che hanno pagato un altissimo prezzo al colonialismo europeo. Subito dopo aver ottenuto l'indipendenza dal Portogallo nel 1975, iniziò una sanguinosa guerra civile che vedeva contrapporsi due fazioni: da una parte il partito di governo Mpla (Movimento per la liberazione dell'Angola) di orientamento marxista e sostenuto dall'ex Unione Sovietica e da Cuba, e dall'altra l'Unita (Unione per l'indipendenza totale dell'Angola), armata dagli Stati Uniti, dal Sudafrica e dallo Zaire.
Nel 1991 venne firmato un accordo di pace, ma la vittoria del Mpla alle elezioni del 1992 scatenò una guerra interna feroce. L'Unita contestava i risultati, nonostante il monitoraggio positivo da parte di osservatori internazionali. Nemmeno gli accordi siglati nel 1994 vennero rispettati e la guerra continuò fino al febbraio del 2002 quando, con l'uccisione del leader storico dell'Unita, Jonas Savimbi, i ribelli deposero le armi firmando un accordo di pace tuttora rispettato. Secondo stime non ufficiali in 27 anni di guerra civile hanno causato 1 milione di morti e 4 milioni di profughi che vivono ammassati nelle aree urbane, in condizioni igienico-sanitarie terribili.
La guerra ha distrutto l'agricoltura, la sanità e l'istruzione; secondo dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 63% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà, 800.000 persone dipendono dagli aiuti umanitari e l'Aids si sta diffondendo rapidamente.
La condizione dei bambini è drammatica: l'Angola è il terzo paese al mondo per mortalità infantile sotto i 5 anni (ogni 1000 bambini nati vivi, 250 non raggiungono il quinto anno di età), il 70% dei bambini non ha ricevuto il ciclo completo di vaccinazioni, il 45% è malnutrito, il 54% (che arriva all'80% nelle aree rurali) non ha accesso all'acqua potabile, il 44% non ha mai frequentato la scuola. Ogni anno muoiono in Angola oltre 181.000 bambini e la speranza di vita media non supera i 45 anni.

Gli ambienti impiegati come centri sanitari: edifici fatiscenti, senza letti e senza medicine
Il significato di questi dati diventa tangibile appena Giorgio ed io arriviamo a Catumbela, un agglomerato di baracche situato tra Benguela e Lobito, formatosi sulla costa nel tentativo di sfuggire agli scontri tra ribelli e soldati governativi. Qui le suore hanno una piccola comunità e un piccolo centro sanitario proprio di fronte alla loro casa. La precarietà della situazione è evidente: l'edificio è fatiscente, i muri sono scrostati, non esistono né l'impianto idrico né quello elettrico. Nelle stanze piccole e buie ci sono pochi farmaci, qualche sfigmomanometro, un fonendoscopio e poco altro. Qui le suore visitano i pazienti e distribuiscono le poche medicine disponibili chiedendo poco più di un rimborso spese. Tutte le strutture che riusciamo a visitare hanno le stesse desolanti caratteristiche. A Boioco, un piccolo villaggio sulle colline dietro a Lobito, siamo accolti da decine di bambini che rincorrono la nostra macchina confondendo Giorgio per il vescovo locale. Il centro sanitario è praticamente inesistente, una baracca senza nemmeno i vetri alle finestre. A Cubal e Caimbambo visitiamo gli ospedali governativi gestiti interamente da infermieri: non ci sono medici, l'approvvigionamento di farmaci e materiale di consumo è discontinuo e le strutture hanno bisogno di un grosso lavoro di ristrutturazione. Poi arriviamo a Hanha, una tipica missione (la chiesa, le abitazioni dei missionari e delle suore, la scuola, il convitto per i ragazzi, una piccola officina e il centro sanitario) attorno alla quale è sorto un piccolo villaggio.

Tra i soldati governativi e i ribelli. Sopraffazione e abusi da ambo i lati
Hanha si trova ai piedi di una zona montagnosa dove si arriva dopo quattro ore di macchina nella savana su una strada che durante la stagione delle piogge diventa impercorribile. Nell'ultimo tratto la nostra auto è stata accompagnata da una folla multicolore, si direbbe l'intero villaggio. Usciti dalla macchina siamo subito circondati da anziani, bambini e donne che cantano in nostro onore. Siamo imbarazzati, vorremmo spiegare che non meritiamo questa accoglienza, non abbiamo fatto nulla per loro. Ma le parole non escono, capiamo che la nostra presenza per loro è comunque un evento importante. Forse la speranza di un futuro un po' meno difficile. La missione versa in uno stato di abbandono. Gli edifici sono poco più che ruderi. Anche qui. Anche qui, nel centro sanitario non c'è nulla, nemmeno i letti. Chi arriva stende la propria stuoia per terra e spera di ricevere aiuto. Le patologie sono sempre le stesse: malaria, dissenteria, parassitosi, tubercolosi, malattie respiratorie. La missione ha pagato pesantemente i lunghi anni di guerra a causa della sua collocazione tra i territori controllati dai ribelli e quelli controllati dai soldati governativi. Ci raccontano che a volte i ribelli arrivavano fino al villaggio per rubare quello che trovavano e tornare immediatamente sulle montagne. Poi, dopo poco, arrivavano le milizie governative che, con l'accusa di sostegno ai ribelli, depredavano e terrorizzavano a loro volta la popolazione.

Un aiuto piccolo ma immediato in attesa di un intervento più ampio
Dopo aver visto le terribili condizioni in cui si trovano i centri sanitari, pensiamo a un progetto per sostenerli con interventi di ristrutturazione e la fornitura di materiali sanitari. Decidiamo però di fare qualcosa subito, mentre siamo sul posto: a Benguela acquistiamo farmaci essenziali (antibiotici, antimalarici, siringhe, bende, cerotti, antiparassitari) con cui allestiamo dei kit da distribuire a tutti i centri che abbiamo visitato. Ci ringraziano in uno strano modo, battendo le mani e mormorando una strana litania. Ritorniamo in macchina a Catumbela, poi in aereo a Luanda e di lì alla volta di Bruxelles.
Grazie a Josepha, grazie a Fatima, a Natalia, a Rosa, a Madre Dulce e a tutte le persone che ci hanno aiutato in questo viaggio. Ci hanno permesso di vedere, ancora una volta, gli effetti collaterali della guerra, dello sfruttamento dei più deboli, della mancanza di diritti per tutti. Ci hanno regalato la possibilità di essere loro utili. Pensando al giorno in cui saremo qui, un lavoro difficile sarà di proporre almeno ai più giovani una cultura diversa da quella dell'umiliazione, dello sfruttamento e della guerra, in cui il rispetto e la solidarietà costituiscano il legame tra gli esseri umani. Sono ancora da stabilire il carattere e le dimensioni del nostro intervento, ma abbiamo capito in quale contesto dovrà costituirsi: l'indipendenza non è frutto delle armi, ma di diritti e dignità.



brano di Alessandro Conca tratto dal mensile gratuito di Emergency. numero 30, marzo 2004.



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