Aiuta il Mondo - XXXVIII - 14 ottobre 2003

QUARANT'ANNI DOPO IL VAJONT, UNA STRAGE ANNUNCIATA.

Quarant'anni fa la tragedia del Vajont, che provocò quasi 2.000 morti. Dal racconto di un sopravvissuto il ricordo di quel giorno ma soprattutto un monito per il presente. Per non dimenticare. 


Una società non è “capace di futuro” se non è capace di memoria. Dopo tanti disastri come il Vajont, 40 anni fa, occorre arrivare ad un nuovo approccio ai fiumi e al loro territorio. Ne parliamo con Umberto Olivier, superstite di quella catastrofe, partendo proprio dal 9 ottobre 1963.

"Nel 1963 ero un ventenne perito minerario, entusiasta alla prima esperienza di lavoro a Milano. Fino ad allora la mia vita aveva avuto come palcoscenico la provincia di Belluno, le montagne, il fiume ed il suo greto: la nostra spiaggia estiva. Eravamo abili nuotatori e tuffatori. Oggi ho più chiara la consapevolezza di essere stato un privilegiato che ha beneficiato di un ambiente e soprattutto di un fiume ancora integro, poi spietatamente svilito e sfruttato con mille derivazioni per fini idroelettrici, irrigui ed occupazioni golenali. Ricordo la telefonata che mi raggiunse la mattina presto nella mia abitazione di Milano, la corsa in ufficio, il viaggio dell’indomani nei luoghi della catastrofe e quell’odore di cloro in ogni dove che ancora oggi mi è difficile sopportare. Ricordo che in quella disperazione generale anche il solo ritrovamento delle salme dei propri congiunti era considerata una fortuna”.

Quali riflessioni si possono fare oggi sulla ricostruzione dei paesi, delle attività, delle identità locali?
“Alla fine Longarone è stato ricostruito, ma i 18 Piani regolatori succedutisi la dicono lunga sulla estenuante fatica di tutti. Ora Longarone, più brutta di prima, ha ripreso il suo ruolo di polo industriale della provincia di Belluno, dove l'occhialeria rappresenta una florida realtà mondiale. Ma il tessuto sociale non può non risentire tuttora di quel terribile 9 ottobre 1963”.

E il territorio?
“L’area dell’antico centro storico è stata rioccupata dalle nuove costruzioni mentre gli insediamenti industriali, posizionati a Sud in direzione Belluno, sono ampiamente estesi in area golenale, con i conseguenti rischi di piene fluviali che finora non hanno raggiunto intensità pari a quella del 1966. Non c’è stata quindi una “lezione del Vajont”, nemmeno in casa. Più confortanti invece le notizie nel campo etnografico, soprattutto per le iniziative sorte nei paesi risparmiati dalla catastrofe che si sono attivati per un lavoro di memoria e di salvaguardia delle testimonianze del tempo e delle attività passate. Tra i quali merita speciale menzione la storia della fluitazione o zatteraggio dei legnami sul Piave ed affluenti, documentata con il Museo Etnografico degli zattieri del Piave.

Può spiegarci meglio?
Per secoli il territorio bellunese aveva fornito i materiali, ma soprattutto le capacità artigianali, verso la “dominante” Venezia. Il legname in particolare, che serviva per esempio alle fondamenta della città e alla costruzione delle sue navi, veniva trasportato via fiume laddove vi fosse sufficiente acqua per navigare. Alla confluenza del torrente Boite nel Piave, a Pearolo di Cadore, si originò il più importante porto fluviale dei legnami cadorini. Questa grande storia è stata celebrata anche con una storica discesa del Piave di tre zattere, nel 1992. Tutto ciò è documentato anche dal Museo Etnografico della provincia di Belluno, in collaborazione con il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi”.

Com'è il rapporto con il Piave adesso?
“Dopo la scomparsa di 2.000 persone la cosa che più di ogni altra mi manca è quella limpida e abbondante acqua del Piave in cui avevo imparato a nuotare. Quel paesaggio e le opportunità di giochi e divertimento che l’ambiente ci offriva, all’insegna di un’innata intesa con gli elementi naturali. Adesso è come se il fiume non ci fosse più”.


Il dramma
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Il 9 ottobre del 1963 la valle del torrente Vajont, sbarrata da una diga a doppio arco alta 265 metri e la valle del Piave, in corrispondenza di Longarone, furono colpite da una tragedia umana e ambientale senza precedenti. 260 milioni circa di metri cubi di roccia staccatasi dal monte Toc precipitarono nel lago, su di un fronte di due Km. e mezzo a partire dalla diga, che rimase intatta. La frana più alta del mondo in epoca storica. Dalla diga si alzò un onda di 50 milioni di metri cubi, alta fino a 200 metri che si scagliò verso Longarone e le vicine frazioni cancellando in pochi minuti una valle.

La diga del Vajont, causa della strage del 9 ottobre 1963.

Le vittime furono 1909, 202 dei Comuni di Erto e Casso. I superstiti di questi due comuni furono costretti all’indomani ad abbandonare la valle. Circa 400 le salme non più trovate. Una tragedia annunciata da tanti segnali colpevolmente trascurati in nome dell'euforia del progresso degli anni '60. "Un evento biblico in epoca storica" lo ha definito l'attore Marco Paolini, che ne ha messo in atto il dramma.


articolo tratto da www.wwf.it 



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