Emergency
giovedì 16 settembre 2004.                                                                                               Il Caffè - anno II, numero 13.


MALI, L'INFERNO DELLE MINIERE DI SALE


Sono trentacinque, in questo periodo, gli uomini che lavorano nelle miniere di sale a cielo aperto di Taudenni: cominciano alle cinque del mattino e staccano alle undici, quando il sole è rovente. Subito dopo si rifugiano, esausti, nelle loro tane di sassi e terriccio, col tetto di lamiera o di pelle di cammello, e li se ne stanno braccati l'intero pomeriggio, per sfuggire alla graticola dei quaranta gradi, e anche la notte, quando la temperatura s'abbassa d'improvviso e il freddo penetra nelle ossa. L’acqua dei pozzi è salata e il cibo (un po' di crema di miglio e riso bollito, pane raffermo, qualche pezzo di montone di tanto in tanto e, quando c'è, è festa grande) basta appena a placare la quotidiana protesta del buco dello stomaco. Vivono soli come monaci di clausura o, piuttosto, come ergastolani - dal momento che lo fanno per necessità e non per vocazione mistica - anche otto o nove mesi l'anno. Le famiglie stanno lontane e l'assenza delle donne e dei bambini è quindi totale: ma è proprio per garantir loro il minimo sufficiente alla sopravvivenza che si rassegnano ai lavori forzati in questa barbarica periferia del mondo. Non è facile definire Taudenni, che non è un villaggio e tanto meno un' oasi nello sconfinato deserto del Sahara: sulle mappe dell'Africa occidentale viene semplicemente indicata con un puntino nero quasi invisibile. Ma nessuno ignora che le favolose, inesauribili miniere di sale, settecentocinquanta chilometri di sabbia a nord di Timbuktu lungo il Tropico del Cancro, continuano a essere l'approdo obbligato di centinaia di carovane di cammelli: un pellegrinaggio commerciale iniziato più di cinque secoli fa. 

Da allora, le chiamano Azalai; le carovane del sale, che nel Seicento gli arabi mercanteggiavano come l'oro bianco, scambiandolo direttamente col prezioso metallo. Il ritmo delle Azalai è più intenso nei mesi invernali, essendo la temperatura meno atroce: ma anche in primavera, durante una rapida incursione nel Sahara, ho incrociato cammelli in cammino verso Taudenni, o di ritorno, più lenti e affaticati, la gobba appesantita dal minerale: quattro lastre levigate e lucenti, ciascuna di circa quaranta chili, ingabbiate nei basti e penzolanti, due per parte, sull'uno e sull'altro fianco. Un fardello che viene rimosso quando le bestie s'accosciano sulla sabbia per il riposo quotidiano. Così le ho sorprese una sera a pochi chilometri da Timbuktu, ultima sosta prima del rientro: sembravano sfingi reali pietrificate, il muso conficcato in cielo nella luce morbida del tramonto. Non so quanti abbiano tentato di raccontare la realtà di Taudenni; ma per farlo adeguatamente bisognerebbe avere il coraggio di addentrarvisi e viverla fino in fondo, in tutte le sue fasi: ad esempio, mettersi in coda ai cammelli e affrontare a piedi quaranta giorni (tanti ne occorrono) e milleseicento chilometri di deserto (andata e ritorno da/a Timbuktu). E io, questo coraggio non l'ho avuto. Mi sono limitato a raggiungere le miniere in macchina, una spedizione lampo con due pick-up Toyota, che ha richiesto non più di una settimana. Impresa davvero poco eroica, soprattutto se messa a confronto con quella realizzata nell'inverno del '96 dal binomio Giosuè Bolis - Myriam Butti, due tosti maratoneti italiani che hanno seguito una carovana e lasciato una preziosa testimonianza in un libro-diario, Azalai; pubblicato due anni dopo per le edizioni Periplo di Lecco. 

In sostanza, quand'è il momento di tirare le somme e stabilire, con approssimazione, quanto possa costare all'uomo, in termini di fatica e sudore, il sale di Taudenni, occorre mettere sulla bilancia, oltre agli sforzi disumani dell'estrazione vera e propria, il calvario quotidiano delle peregrinazioni nel deserto per il trasporto del minerale. «La carovana», si legge nel diario di Bolis e Butti, «è implacabile come il territorio che attraversa.» Da Timbuktu ad Arawan - la prima e unica oasi del percorso fino alle miniere - vedi ancora qualche alberello, ma già secco e curvo, in attesa di essere giustiziato dal vento: dopo, per oltre cinquecento chilometri, sabbia e solo sabbia. In certe zone la superficie così liscia consente alle macchine di lanciarsi a velocità pazzesche che ti sembra di volare in aliscafo sopra un velo di cipria. Poco o nulla dev'essere cambiato nel paesaggio di Taudenni da quando (agli inizi del sedicesimo secolo) la manovalanza affamata di Timbuktu e dintorni aveva cominciato a scavare nella scorza dura del deserto, dove i grandi laghi salmastri del Sahara avevano lasciato, evaporando, vasti sedimenti di sale. Chi immaginava che in tanti anni l'attività umana avrebbe partorito qualche parvenza di vita, qualcosa di simile a una comunità sia pure aliena e condannata al più severo degli isolamenti, resta deluso. Le miniere sono (per così dire) annunciate da cinture molto basse di rocce che affiorano appena dal tappeto biondo-grigio della sabbia: lo scenario ideale - ha suggerito qualcuno - per preparare psicologicamente chi si appresti a sbarcare sulla Luna o su Marte. 

In fondo, con tutti i suoi disagi, la traversata riserva ancora qualche momento piacevole: il bivacco al tramonto col rosso del sole sulle dune, il passaggio lento delle carovane, lo scambio di saluti e facezie coi cammellieri, l'ora della preghiera. A Taudenni, appena vi metti piede, sei colto dallo sgomento e non sorprende che il primo impulso sia quello di girare immediatamente i tacchi e far marcia indietro. Del resto - spiega la guida araba -, l'etimologia del suo nome parla chiaro: «Tau» vuol dire «addio» e «denni» «partenza». Non c'è proprio niente che inviti al soggiorno, per quanto breve possa essere. Per chi vi lavora, la lunghezza del «soggiorno» dipende strettamente dalla capacità di resistenza alle condizioni disumane (insisto) della vita in miniera. «Sono qui da mesi», dice Mohammed Cues Ahmaida, quando scendo nella sua «buca» dove sta attaccando la parete a picconate, «vengo da Timbuktu, dove è rimasta la mia famiglia, la moglie, tre figli, che riesco appena a mantenere. Ma questa fossa è mia: sono un boss, un padroncino». C'è un piccolo lampo d'orgoglio, nei suoi occhi. Mohammed dice di avere «pressappoco» cinquant'anni, indossa una tunica logora color cenere e un turbante che ha visto molte stagioni e assorbito chissà quanti ettolitri di sudore: ma nonostante questo sciarpame da forzato, non ha l'aria di un aspirante suicida. Tra un paio di settimane tornerà a casa per l'Al Maulud, la più grande festa religiosa del calendario islamico, e la prospettiva lo rende lievemente euforico: ma poi tornerà a Taudenni. L’idea di fermarsi a Timbuktu per sempre, non lo sfiora neanche: «E che ci resto a fare laggiù?», dice rassegnato, senza rimpianti. «A mangiare la sabbia? Qui almeno c'è il sale e col sale ci campo.»



articolo tratto da www.romagnapolis.it 


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Il Caffè di Aiuta il Mondo - giovedì 16 settembre 2004 - anno II, numero 13.