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Helga Schneider oggi ha 66 anni ed è cittadina italiana.
Helga Schneider ieri era bambina, era una di quei bambini usati come oggetti di propaganda che negli ultimi mesi della vita di Adolf Hitler, lo incontrarono nel suo bunker "metri metri di cemento sotto Berlino".
Helga strinse la mano al Fuhrer e vide un uomo vecchio e malato, la stretta di mano dell'uomo che doveva guidare la Germania (l'Europa, il Mondo...) era una stretta molle, la mano era sudata. Helga a sette anni ne rimase esterefatta.
La sua storia, la storia che ha raccontato al Festival e che racconta quando incontra bambini e adulti, non è solo di un incontro con uno dei più diabolici esseri umani, la sua storia è una storia di sofferenze vissute, viste e conosciute.
Helga ha parlato di cosa i tedeschi hanno fatto in Russia, e di cosa i sovietici hanno fatto in Prussia.
Stupri, violenze e morte. Questa è la guerra. Helga aveva un cuginetto lontano, Kurt, tutti e due da bambini hanno subito traumi indicibili.
Helga aveva una mamma e ne ha parlato. Una mamma guardiana del campo di sterminio di Birchenau, una mamma di cui non seppe più nulla per oltre vent'anni e che poi incontrò a Vienna trent'anni fa, e la madre le chiese di indossare la sua divisa da SS.
Helga Schneider ha visto e vissuto quello che un bambino (e che ogni altro essere umano) non dovrebbe vivere, la guerra. Ha deciso di raccontarla, di raccontare cos'è davvero la guerra. Non lo ha raccontato a suo marito (italiano), non lo ha raccontato a suo figlio, per proteggerli, ma lo ha scritto per far sapere al mondo cos'è la guerra e cosa è riuscito a fare l'uomo in guerra.
Se questo incontro, se gli incontri che la Schneider tiene in Italia e all'estero esistono, si deve dire un grazie ad Adelphi, che Helga ha più volte chiamato "il suo principe azzurro", l'editore che ha creduto in lei, nella sua memoria, nella sua testimonianza, nella sua vita e nella voce della sua vita.
Helga nel 1945 strinse la mano ad Hitler e oggi, nel 2004, stringendola a
me, mi ha trasmesso la voglia di far qualcosa (nel mio piccolo) affinché la
pace vinca la guerra. Scrivere di guerra per una cultura di pace è quello che Helga Schneider ha voluto dire a Mantova, ed io scrivo e scriverò di guerra per una cultura di pace.
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